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  • Cristina Maderni

Speciale elezioni Cantonali

Ticino Management febbraio 2019


Cristina Maderni Candidata al Consiglio di Stato, PLR


Nata a Sorengo nel 1966 da genitori ticinesi, Cristina Maderni ha iniziato a lavorare nell’azienda di famiglia, nel settore degli impianti elettrici. Dopo aver conseguito il Diploma di Contabile federale, avvia uno studio in proprio specializzato in consulenza amministrativa e fiscale, di cui è tuttora titolare, attività alla quale affianca inizialmente l’insegnamento presso istituti professionali. Presidente dell’Ordine dei Commercialisti dal 2005, dal 2008 è a capo anche della Ftaf - Federazione Ticinese delle Associazioni di Fiduciari. È vicepresidente dell’Ufficio presidenziale della Camera di Commercio e Presidente della Commissione Strategica; inoltre è membro di comitati di rilevanza cantonale, quali il Centro di Studi Bancari e in passato di Ticino for Finance. Con il marito e la sorella condivide la passione per cani e cavalli.


Si può spiegare a Berna la situazione delicata e unica del Cantone Ticino - Svizzera in Italia, Italia in Svizzera - quando è appurato che la media dei nostri stipendi è quattro volte superiore a quella della vicina Repubblica, con tutto ciò che ne consegue? A lungo, abbiamo percepito Berna come una capitale emotivamente lontana, e in apparenza poco interessata ai problemi che sono specifici del nostro Cantone. Con l’elezione di Ignazio Cassis questo sentimento è migliorato, anche grazie alla disponibilità del consigliere federale ad ascoltarci. I problemi del nostro mercato del lavoro derivano dalla prossimità con regioni popolose e dotate di manodopera qualificata, remunerata con stipendi medi assai inferiori ai nostri. Di qui il tema dei frontalieri: un fenomeno che, come dimostrato dai numeri della regione del Lemano (115mila frontalieri), non è esclusivamente ticinese. Questa è la situazione, che certamente è nota a Berna in conseguenza dell’azione della nostra deputazione alle Camere federali. Che cosa dunque dobbiamo ancora spiegare? E in che cosa Berna ha la possibilità di aiutarci? Dovremmo forse pubblicizzare meglio il nostro impegno per combattere l’erosione salariale che si manifesta in taluni ambiti e gli abusi nel mercato del lavoro, che dell’erosione salariale stessa sono un fattore importante. Dovremmo anche spiegare che per noi i frontalieri sono un fattore produttivo necessario: la nostra industria e i nostri servizi ne hanno bisogno. È opportuno far ben capire che noi ticinesi non siamo passivi, anzi ricerchiamo soluzioni, come ad esempio in quelle misure di accompagnamento che sono partite proprio dal nostro Cantone, che funzionano e che sono state estese all’intero Paese. Potremo così reclamare con diritto un pieno supporto della Confederazione, in termini di sostegno alle condizioni quadro su cui si basa la nostra competitività e di investimento in quelle infrastrutture che costituiscono un nostro chiaro vantaggio competitivo. Ci aspettiamo anche che gli accordi internazionali in via di negoziazione tutelino il nostro mercato del lavoro, e la nostra capacità di offrire prodotti e servizi all’estero. La concentrazione di strutture industriali nel Sottoceneri, e soprattutto nel Mendrisiotto, è particolarmente intensa. Creare aree industriali a nord di Bellinzona fino a Biasca e anche oltre può essere indicato? Sì, è vero: la concentrazione nel Sottoceneri è intensa, e il Canton Ticino è confrontato con la crescente penuria di terreni che siano idonei a ospitare nuovi insediamenti industriali. È possibile utilizzare spazi diversi, ad esempio replicando a nord il modello del Mendrisiotto? Un modello che è basato su un mix vincente, composto da attitudine imprenditoriale e da infrastrutture logistiche capaci di collegare il territorio ad importanti mercati di confine. Certamente AlpTransit costituisce la carta capace di ri qualificare le aree a nord di Bellinzona, rendendole competitive per produzioni destinate ai mercati al di là delle Alpi, e non solo. Di qui l’opportunità di sviluppare con successo nuove attività in spazi industriali che già oggi sono disponibili, per esempio la zona di Bodio. La risposta alla domanda iniziale è quindi positiva: creare aree industriali a nord di Bellinzona non solo è auspicabile, ma è anche un passo obbligato per chi voglia sfruttare le opportunità offerte dalla nuova frontiera nel trasporto su rotaia. L’imprenditorialità locale va però incoraggiata a emergere e a focalizzarsi su prodotti innovativi per i quali vi sia potenziale di mercato nel tempo. I costi della salute stanno erodendo il potere d’acquisto della classe media e non solo. Un inventario e l’ottimizzazione dell’offerta del Cantone sono necessari. È urgente per la politica occuparsene. Proposte? I premi per cassa malati sono di certo un’uscita che pesa sul bilancio individuale, in particolare per gli anziani e perle famiglie numerose. Allo stesso tempo, le spese per la salute costituiscono una voce importante all’interno del bilancio del Cantone, e inoltre in crescita continua. È quindi doveroso poter offrire al cittadino, che paga sia i premi che le imposte, cure sanitarie di adeguato livello e innovatività, che siano efficienti in termini di costo. Ecco il motivo dell’enfasi che va posta sulla prevenzione e sulla creazione di centri di competenza, specifici e tecnologici. Concentrare la medicina complessa rende possibile conseguire efficienza in termini di ottimizzazione degli investimenti in macchinari. Allo stesso tempo, consente a un singolo ospedale di trattare quel numero ottimale di casi per unità di tempo che è indispensabile per ottenere l’eccellenza delle cure e il contenimento del costo unitario. Ne sono esempi, fra gli altri, l’oftalmologia a Lugano, l’oncologia pediatrica a Bellinzona e la fertilità a Locarno. Specializzazione, quindi, che però deve essere coniugata con prossimità, con particolare attenzione per i servizi di base offerti dagli ospedali di valle. Un progetto da realizzare in aggiunta alla priorità da accordare alla prevenzione e all’ottimizzazione della medicina complessa? Di sicuro è la medicina universitaria, che diventerà realtà con l’avvento nel 2020 del Master in medicina umana dell’Università della Svizzera italiana.


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