‘Scongiurato dai ticinesi un pachiderma burocratico’
- Cristina Maderni

- 9 mar
- Tempo di lettura: 7 min
laRegione · 09 marzo 2026 · di Andrea Manna e Vittoria De Feo
Respinta dal 56,2% dei votanti la proposta dell’Mps per più ispettori e verifiche
sistematiche nelle aziende. Soddisfatto il mondo economico

Dieci anni dopo un’analoga bocciatura, i cittadini dicono ancora ‘no’ alla proposta del
Movimento per il socialismo che chiedeva più controlli e ispettori nel mondo del lavoro.
Non ce l’ha fatta a superare lo scoglio delle urne l’iniziativa contro il dumping del Movimento per il socialismo (Mps). Alla prova dei fatti, il testo depositato il 10 ottobre 2019
(7’350 firme valide) è stato bocciato dal 56,2% dei votanti. Dieci anni dopo un tentativo
simile sempre a firma Mps, l’iniziativa popolare legislativa ‘Rispetto per i diritti di chi
lavora! Combattiamo il dumping salariale!’ – sostenuta da tutta la sinistra e alcune sigle
sindacali ma osteggiata dagli altri partiti come pure dalle associazioni economiche – è
stata segnata dallo stesso destino. Nelle mire dell’Mps la nuova legge avrebbe dovuto obbligare i datori di lavoro a notificare all’autorità cantonale una serie di dati relativi ai contratti di lavoro in vigore, così come quelli sottoscritti o sciolti nel corso dell’anno. Tra le informazioni da indicare, la forma del contratto, la durata, la funzione, il genere di qualifica richiesta per la funzione, la precedente retribuzione di questa funzione in caso di sostituzione di manodopera, il luogo di lavoro, le ore di lavoro, il grado di occupazione e la retribuzione.
Sul lavoratore si sarebbero dovuti comunicare la formazione, l’età, il sesso, la nazionalità, il
tipo di permesso, il domicilio e il numero di figli a carico. Non solo. L’iniziativa chiedeva
inoltre di istituire un ufficio responsabile dell’esecuzione della legge sulla parità dei sessi.
Nuove disposizioni che, per essere applicate e fatte rispettare, avrebbero richiesto un
numero sufficiente di ispettori. Ecco quindi che l’iniziativa proponeva di fissare un ispettore
ogni 5mila persone attive nel mercato del lavoro per il controllo dei contratti e un
ispettore ogni 2’500 donne attive per l’esecuzione della legge sulla parità dei sessi. Altra
richiesta: la legge avrebbe incaricato l’autorità cantonale competente di pubblicare una statistica annuale sui contratti di lavoro e sui salari esistenti in Ticino.
Non nasconde la propria soddisfazione per l’esito della votazione la deputata liberale radicale e vicepresidente della Camera di commercio Cristina Maderni. «I ticinesi – commenta a ‘la-Regione’ – hanno respinto un vero e proprio pachiderma burocratico». Una proposta, quella dell’Mps, che per Maderni sarebbe stata «molto invasiva e costosa e che, di fatto, non avrebbe permesso di raggiungere nella realtà gli obiettivi, pur condivisibili, che si prefiggeva». Venendo alle cifre, al netto di una partecipazione molto alta legata pure agli importanti temi federali, «questo risultato in linea anche con quello di dieci anni fa – osserva la granconsigliera –, conferma che si tratta di un’iniziativa eccessiva». Anzi, «dimostra che la percezione della popolazione è che i controlli attuali sono efficaci e che non è introducendo altri 160 ispettori che si riuscirebbero a fermare le situazioni abusive che tutti noi combattiamo, visto che nuocciono all’economia e al mercato del lavoro». Nel 2016 si era in effetti votata una proposta molto simile, sempre dell’Mps, bocciata dai cittadini che avevano però approvato il controprogetto avanzato dalla maggioranza del Gran Consiglio. Da lì in poi, evidenzia Maderni, «siamo arrivati a controllare ogni anno circa il 30% delle aziende, un’attività molto efficace che ha permesso di valorizzare anche la collaborazione tra il partenariato sociale, il Cantone ed enti come la Suva». Una media, aggiunge ancora, «che, in quanto a controlli su aziende e collaboratori, vede il Ticino all’apice nel confronto intercantonale». Insomma, «la tipologia dei controlli è efficace».
Maderni non nasconde a ogni modo che sul mercato del lavoro sia necessario continuare a
vegliare. «Il salario mediano ticinese è notoriamente più basso di quello nazionale. Oggi in
Ticino la politica sta facendo su un fronte compatto importanti valutazioni per rialzare il
salario minimo, misura – rimarca la liberale radicale – sicuramente più efficace per
aumentare i salari. Non è in effetti controllando le aziende che si alzano gli stipendi».
Maderni si riferisce alle discussioni attualmente in corso in seno alla commissione parlamentare ‘Gestione e finanze’ su un controprogetto – su cui stanno lavorando Ps, Plr, Centro, Lega e Udc – all’iniziativa socialista per un salario minimo sociale.
Per quanto concerne la questione di genere, affrontata dagli iniziativisti con l’introduzione
di un Ispettorato per l’esecuzione della Legge sulla parità dei sessi, Maderni ricorda che si
tratta di una «norma federale, ragione per cui probabilmente l’ipotizzato Ispettorato
avrebbe avuto pochissimi mezzi a disposizione per intervenire su questo punto».
Un risultato chiaro anche per il direttore dell’Associazione industrie ticinesi (Aiti) Stefano
Modenini. «L’immagine del mercato del lavoro descritta dagli iniziativisti come un far
west, quindi un posto dove gli imprenditori sono sostanzialmente dei delinquenti, non è
stata creduta dalla maggioranza dei votanti», rileva in prima battuta. «In dieci anni – sottolinea poi – la popolazione si è espressa ben due volte nella stessa direzione, evidentementele ricette degli iniziativisti non hanno convinto». Per Modenini è importante ricordare come «in Ticino venga controllato ogni anno il 30% dei datori di lavoro contro una
media nazionale del 3-5%». I controlli, secondo il direttore di Aiti, «devono essere svolti in
maniera mirata, metodo che si è dimostrato più efficace. Intervenire a pioggia come
sostanzialmente voleva l’iniziativa avrebbe portato a una mole di carta che non si sapeva
bene a cosa sarebbe servita». Maggiori controlli che avrebbero oltretutto generato costi
importanti, «cosa che di principio non è errata», dice Modenini, «ma che non avrebbero
portato a risultati». Al contrario, «controllare tanto per controllare avrebbe creato solo
burocrazia».
Per la Lega l’iniziativa, “a dispetto del nome, non avrebbe in alcun modo giovato ai salari
dei ticinesi”. E avrebbe provocato “l’ennesima ondata di burocrazia, e quindi di controlli e di
costi, sia a carico dell’ente pubblico sia delle imprese, con effetto boomerang sull’occupazione (perdita di numerosi posti di lavoro)”.
Dal canto suo l’Udc prende atto “con soddisfazione che ancora una volta le soluzioni
estreme della sinistra nel mondo del lavoro sono state respinte dal popolo”. L’iniziativa,
annota ancora il partito presieduto da Piero Marchesi, “ha comunque avuto il merito di
riportare al centro del dibattito il problema del dumping salariale in Ticino. Tuttavia bisogna
avere il coraggio di indicarne la causa principale: la libera circolazione delle persone
con l’Unione europea, troppo spesso difesa dalla sinistra”.
Il voto, sostiene il Consiglio di Stato in un comunicato, “conferma che secondo la popolazione ticinese gli strumenti attuali a tutela dei diritti di chi lavora in Ticino e i meccanismi del partenariato sociale sono adeguati e funzionano”. Il governo ribadisce poi “il proprio impegno per la difesa della legalità e della correttezza sul mercato del lavoro – dimostrato dal fatto che il Ticino, già oggi, è il cantone con il tasso di verifiche di gran lunga più alto della Svizzera, che si attesta tra il 25 e il 30% delle aziende rispetto a un obiettivo nazionale che oscilla fra il 3 e il 5% nei settori non coperti da contratti collettivi”.
L’iniziativa, ricorda Matteo Pronzini, «proponeva un controllo sistematico del mercato del
lavoro ticinese e strumenti per contrastare la discriminazione di genere, indicando delle
soluzioni concrete». I contrari, aggiunge il deputato dell’Mps, «hanno cercato di convincere
la popolazione che un aumento dei controlli invece non serve. Eppure, statistiche alla mano, la discriminazione di genere e la riduzione dei salari anche in settori importanti persistono. Fino a ora gli oppositori alla nostra iniziativa non hanno prospettato soluzioni alternative a quelle da noi proposte per rimuovere fenomeni che, ripeto, sono purtroppo presenti nel mercato del lavoro». E ora? «Come Mps continueremo a tematizzare il discorso degli stipendi e del loro potere d’acquisto, a impegnarci affinché non diminuisca e a discutere del salario minimo legale», assicura Pronzini. Che rilancia: «In un momento in cui le forze padronali e la destra stanno facendo fronte comune, diventa importante l’unità a sinistra: mobilitazione e opposizione». Per il collega di partito e di Gran Consiglio Giuseppe
Sergi, «l’iniziativa, sebbene non sia stata accolta, ha ottenuto un consenso rilevante,
più o meno in linea con quello espresso nel 2016». Anno in cui, come detto, i cittadini ticinesi si erano espressi su un’iniziativa dell’Mps praticamente analoga a quella su cui si è
votato ieri. Allora passò, con il 55% di ‘sì’, il controprogetto che ridimensionava le pretese
degli iniziativisti. Il risultato scaturito dieci anni dopo dalle urne sul medesimo tema di
fondo, evidenzia Sergi, «conferma che il problema del dumping salariale e sociale e quindi
del mancato rispetto dei diritti di chi lavora persiste. Noi abbiamo proposto delle soluzioni,
dai contrari all’iniziativa non si è visto e sentito sostanzialmente nulla».
Quasi il 44% si è espresso a favore all’iniziativa. Alla luce di questo dato, scrive l’Mps in una
nota, “le autorità cantonali non possono ignorare il segnale politico espresso da una parte
così rilevante della popolazione”. Consiglio di Stato e Gran Consiglio “sono chiamati a rafforzare in modo concreto le misure di controllo e di contrasto al dumping salariale e
sociale, nonché gli strumenti di lotta contro le discriminazioni sul posto di lavoro. In questo
senso preoccupa che, sia nella discussione in parlamento che durante la campagna di
votazione, non sia stata avanzata alcuna proposta per rispondere, concretamente, a fenomeni sui quali si ripete di essere preoccupati”. Il problema, evidenzia l’Mps “resta reale e diffuso: i diritti di chi lavora e la lotta al dumping salariale non possono essere rimandati”.
Anche il copresidente del Ps Fabrizio Sirica invita a considerare la percentuale di consensi
all’iniziativa scaturiti dalle urne. «È stato superato abbondantemente il 40% e questo è un
segnale importante – rileva –. Significa che per una fetta non trascurabile dei votanti
occorre fare di più nella lotta contro il dumping e contro la discriminazione di genere in
ambito salariale. È in particolare su questo aspetto che la politica tutta deve da subito concentrarsi, battendosi per un’effettiva parità salariale, perché la situazione odierna in Ticino è inaccettabile. Vero, la materia è disciplinata da una legge federale, ma si possono, anzi si devono trovare degli strumenti sul piano cantonale per concretizzare questa parità». Sta di fatto però che l’iniziativa non è passata. «Credo che, per finire, in diversi non abbiano
intravisto una sorta di automatismo e cioè che con l’accettazione dell’iniziativa i salari
sarebbero aumentati – riprende Sirica –. L’obiettivo dell’iniziativa era infatti di evitare un
peggioramento degli stipendi, grazie a più ispettori e controlli. Dopo questo voto sono
sempre più convinto della necessità e dell’urgenza di alzare le soglie minime legali per
aumentare i salari in maniera diretta». Il riferimento, anche qui, è all’iniziativa popolare
lanciata dai socialisti e oggi sotto la lente della ‘Gestione’, dove si sta definendo il famoso compromesso con la destra.
Compromesso «sul quale come sindacato prenderemo posizione una volta noti tutti i punti
dell’accordo, dunque una volta chiarite in particolare le due questioni ‘tecniche’, quella
sull’eventuale computo dei cosiddetti benefit e quello sull’iter decisionale in Tripartita
riguardo alla deroga per i contratti collettivi», fa sapere Giangiorgio Gargantini. Tornando
all’esito del voto di ieri, e quindi alla mancata accettazione dell’iniziativa, il segretario di
Unia non ci gira intorno: «È certamente una delusione. Ancora una volta la sinistra e una
parte del mondo sindacale (tra i contrari c’era l’Ocst, ndr) portano proposte per lottare contro il dumping e le violazioni in generale nel mercato del lavoro – una lotta che sembra
essere condivisa, perlomeno a parole, anche dalla maggioranza politica di questo cantone
– ma poi si sbatte contro la difesa dello status quo».



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